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Ogni ultima giornata del percorso formativo sviluppato dal progetto InLav porta con sé conferme della validità del progetto e soprattutto interessanti scoperte. La conferma che la maggior parte dei partecipanti ha sottolineato è la costruzione della rete che ha permesso di scoprire diverse realtà operanti sul territorio e fino a questo momento quasi sconosciute le une alle altre, favorendo in tal modo nuove collaborazioni. Le scoperte riguardano soprattutto le esperienze pregresse delle realtà territoriali che interagiscono con i Pua, arricchendoli di conoscenze. La giornata di Brescia ne è un’ulteriore testimonianza.

A Iseo, per esempio, la connessione tra Ufficio di piano del Comune e Centro per l’impiego ci dice Patrizia Franchi, responsabile del Centro, ha portato quest’ultimo a entrare in contatto con il progetto InLav. “Come Centro per l’impiego ci è stato chiesto di segnalare situazioni di sfruttamento lavorativo. Le segnalazioni hanno riguardato soprattutto le donne straniere impegnate nei servizi domestici, come colf o badanti. Inoltre, poiché il Centro copre anche il territorio della Francia Corta, il nostro intervento di segnalazione ha ricompreso anche i lavoratori dell’agricoltura. Speso queste persone erano restie a rivolgersi al Centro perché credevano che il nostro fosse un intervento ispettivo. Spiegando i servizi di supporto e di consulenza del Pua abbiamo vinto questa ritrosia”.

Alice Belotti e Anna Marchetti sono assistenti sociali che operano negli enti locali della provincia bresciana e ci raccontano come dalla loro attività, non inerente alle problematiche del lavoro, emergano problematicità che richiedo supporti diversi. Alice presta servizio presso il Piano di zona Monte Orfano e in particolare nell’Ambito 6, che comprende i Comuni di Adro, Capriolo, Cologne, Erbusco, Palazzolo sull’Oglio e Pontoglio. La sua atività riguarda prevalentemente l’assegno di inclusione. Anche Anna si occupa dell’assegno di inclusione, come assistente sociale del Comune di Palazzolo, ma estende la sua attività all’area fragilità adulta, famiglie e minori. Entrambe sottolineano che durante i colloqui con le persone emergono problematicità diverse, non solo lavoro, ma anche abitazione, difficoltà economiche soprattutto con la presenza di minori. “In generale, oltre agli aspetti citati, le persone si rivolgono a noi spesso con necessità sia di informazione, orientamento, ma anche di aiuto per essere accompagnati in una serie di step nel momento in cui aderiscono al servizio sociale di base. Insieme sviluppiamo un percorso e individuiamo i servizi a cui si possono rivolgere a seconda del proble, lavoro, casa, salute e così via”.

 

Luca Martinengo, coordinatore per la cooperativa sociale ADL a Zavidovici per il progetto InLav, ci offre una testimonianza di come la rete preesistente si sia interconnessa per partecipare al progetto. “A febbraio Stefano Fogliata dell’Ambito di Iseo si è interfacciato con la cooperativa Airone, che collabora con noi sul progetto, e ha colto la necessità di coinvolgere una realtà che avesse esperienza sui temi della migrazione. Siamo quindi entrati a far parte della coprogettazione per lavorare con queste persone, visto e considerato che il target di InLav sono le persone con background, su cui, come cooperativa lavoriamo da anni sul territorio dell’ambito”.

 

Sempre dalla cooperativa sociale ADL a Zavidovici viene Giovanni Lonati che ha illustrato l’azione svolta, per il progetto InLav, nell’ambito del Sebino.
“Abbiamo cercato di raggiungere gli utenti potenziali attraverso diverse tecniche che abbiamo messo in campo. Abbiamo preso contatto con gli enti del terzo settore che hanno in qualche modo a che fare con le persone straniere o migranti e abbiamo preso contatto con realtà che offrono servizi inerenti al lavoro come i sindacati, i centri per l’impiego, oltre a realtà del terzo settore che offrono servizi come corsi di italiano per migranti, supporto per le pratiche burocratiche o nella ricerca lavoro. Ultimo, ma non meno importante, è stato poi il contatto con gli assistenti sociali del territorio. Nella fase di outreach poi, abbiamo aperto con i partner di Airone il punto unico di accesso presso la Fondazione Arsenale di Iseo in modo che le persone avessero anche un luogo fisico dove incontrarci e abbiamo attivato alcuni servizi specifici come i laboratori di italiano e altre attività che aiutassero le persone in quelle soft skill necessarie alla ricerca del lavoro come la redazione del curriculum, il condurre un colloquio e la mappatura delle proprie competenze”.

 

Nelle intercettazioni, Lonati sottolinea la presenza femminile “costituita in parte da una comunità femminile migrante che già attiva e ha delle problematiche simili a quelle che possono incontrare le donne nell’ambito del lavoro in Italia, come la conciliazione dei tempi di cura dei figli, stipendi o forme contrattuali diverse da quelle degli uomini, a cui si aggiungono resistenze culturali, anche nel proprio contesto di origine, al fatto che una donna lavori. Dall’altro capo abbiamo visto anche una comunità migrante di donne che è esclusa dal mercato del lavoro, salvo forme sommerse o proprio di microvicinato, a causa di bassi livelli di scolarizzazione, magari anche nella propria lingua d’origine, difficoltà nella comprensione linguistica, di mobilità sul territorio, soprattutto in provincia, perché senza patente o senza un’autonomia economica per pagarsi i mezzi di spostamento. Per questa comunità si è cercato di fornire ulteriori supporti, reindirizzandola presso altri servizi già presenti per il potenziamento della lingua o attivandoli noi stessi”.

Approfondendo il tema della scolarizzazione, Lonati ci ha ricordato un aspetto “imprevisto che non ci immaginavamo, del riconoscimento del titolo di studio, a volte anche elevato, conseguito nel Paese di origine. Non è impossibile farselo riconoscere, ma è molto difficile e soprattutto dispendioso e a tempistiche lunghe. Questo, di fatto, comporta che molte persone non possano dimostrare i titoli di studio che hanno e quindi siano in parte condannate a essere sottoimpiegate o in certi casi a rifare quel titolo di studio una seconda volta in Italia”.

 

Sergio Madonini

 

 

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